La fine dei social network (per come li conosciamo)

di | 28 Luglio 22

👋

Ciao, stai leggendo Ellissi,
la newsletter settimanale
di Valerio Bassan su media
e digitale.

Arriva ogni due venerdì,
è gratis, e puoi riceverla
anche tu
.

🟡 Per iscriverti clicca qui.

C’è una ultima ora appena arrivata in redazione: i social network sono morti.

Ad annunciarne la scomparsa sono i suoi genitori: i manager di Meta. A piangerli, gli utenti tutti.

La direzione strategica presa dall’azienda californiana che ha ‘creato’ i social mainstream, infatti, suona un po’ come una sentenza.

O piuttosto come una resa: ci dice che le reti sociali sono ufficialmente diventate piattaforme di intrattenimento video, e non più spazi di relazione.

Che al loro interno non ci sono più friend, solo follower.

Ma partiamo dai fatti. L’aggiornamento in atto proprio in questi giorni su Facebook è epocale, e porta diverse novità sostanziali.

La prima: tutti i video sotto i 15 minuti verranno convertiti automaticamente in reel.

La seconda, ancora più importante: la nuova homepage dell’app verrà governata da un algoritmo alla TikTok — un “motore di scoperta”, ha spiegato l’azienda, che ci aiuterà a trovare video “freschi e divertenti”.

La terza: tutti i contenuti basati sui nostri interessi e gli aggiornamenti cronologici dai nostri amici (il “Facebook di una volta”, insomma) verranno relegati in alcune tab separate, i Feeds, che saranno accessibili separatamente.

Se la componente social diventerà quindi sempre meno centrale, anche l’importanza del network scomparirà progressivamente, in favore di ciò che è popolare secondo l’algoritmo.

“Viviamo tutti nel mondo di TikTok”, ha sintetizzato piuttosto bene Insider, mentre Axios ha definito questo evento come il “tramonto dei social network”.

Quello che resta di quello che fu

Ora, chiariamo una cosa: il News Feed è stata la seconda più grande innovazione di user experience degli anni zero — dopo lo smartphone, direi.

Dall’anno del suo lancio, il 2006, ha contribuito a rivoluzionare il modo in cui fruiamo internet. La sua struttura, sviluppata in profondità e caratterizzata dallo scroll infinito, ha plasmato le nostre abitudini, le nostre aspettative, i nostri pomeriggi al mare.

Negli anni però il feed è cambiato decine di volte: Facebook vi ha apportato 71 modifiche in 16 anni, dando sempre più spazio all’algoritmo e sottraendo libertà di scelta ai suoi utenti.

Oggi possiamo dire che anche le ultime resistenze – se di resistenze si può parlare – sono state vinte: di quell’idea originaria di News Feed è rimasta praticamente solo la sua architettura verticale e la sua profondità (mai infinita come oggi, visto che non esiste più un fondo da toccare).

Le componenti di interazione e di comunicazione, che un tempo erano parte integrante della definizione stessa di social network, sono state ridotte ai minimi termini e posizionate “ai lati” dell’esperienza primaria (la home algoritmica).

Qualcosa di simile sta succedendo anche su Instagram, che sta sperimentando con una versione a tutto schermo non solo dei video, ma anche delle foto, molto simile a quello di TikTok.

Un test avviato nelle ultime settimane ha generato parecchia confusione negli utenti — tanto da spingere il suo ceo Adam Mosseri a pubblicare un video chiarificatore sull’argomento e un post che sembra addossare la responsabilità della strategia scelta da Meta ai suoi utenti, “colpevoli” di non usare abbastanza il modello precedente.

Le novità hanno causato diverse reazioni, tra cui anche una petizione per chiedere a Meta di rendere “Instagram di nuovo Instagram”, e che ha raccolto già oltre 200.000 firme.

Perché questo cambio di strategia?

Tutte le decisioni di Meta, com’è normale, sono legate a precisi obiettivi di business e di crescita.

L’adozione del modello TikTok permette di monetizzare meglio la delivery pubblicitaria, senza incappare nelle regolamentazioni – sempre più numerose e stringenti – nate a protezione della privacy degli utenti.

Il vecchio terreno di conquista (di eyeballs e di introiti) non è più la prateria di un tempo: oggi è frammentato da tantissime recinzioni che risultano sempre più ostiche da attraversare.

La targettizzazione delle pubblicità sarà sempre più basata sull’interazione in tempo reale dell’utente che sul suo storico di “mi piace” e di amicizie. Pagine e gruppi conteranno sempre meno, fino – forse – a scomparire del tutto.

Contemporaneamente, la componente di comunicazione verrà spostata sempre di più su Whatsapp, Messenger e nei DM di Instagram, diventando sempre più ristretta, privata e one-to-one.

Se i social network moriranno, almeno per come li conosciamo oggi, morirà anche la nostra voglia di social networking?

Forse no, anzi: la definitiva virata di Meta potrebbe aprire spazi di mercato per qualche nuovo arrivato, e darà ancora più traino alle app che oggi offrono funzioni di relationship building ai loro utenti.

Come sta già avvenendo su Twitch, Reddit, e Discord. I “nuovi social network”, in fondo, sono loro.

Alla prossima Ellissi
Valerio

Ciao, mi presento. Mi chiamo Valerio Bassan e lavoro come consulente di strategia digitale nel mondo dei media e del giornalismo, per clienti italiani e internazionali. Questo post è tratto da Ellissi, la mia newsletter settimanale. Iscriviti qui.

SE VUOI APPROFONDIRE

L’era del Coronabump

L’era del Coronabump

L’attention economy necessita di due ingredienti: l’attenzione dell’audience e quella degli inserzionisti. Cosa succede quando uno dei due viene a mancare?
Quanto vale una media company?

Quanto vale una media company?

Calcolare il reale valore di mercato di una media company può essere difficile: questo perché al di là degli indicatori finanziari, ce ne sono altri molto più difficili da afferrare e da calcolare.
L’idea geniale che non salverà i giornali

L’idea geniale che non salverà i giornali

I micropagamenti sono stati tentati già molte volte nel mondo dell'editoria, e ora stanno ritornando, grazie anche ai token. Da Blendle a Post, quale futuro per questo mezzo di sostegno c'è al giornalismo?
Taglia le tue frequenze cattive

Taglia le tue frequenze cattive

Il digitale è pieno di clutter, di robaccia inutile. E persino nei migliori progetti capita che ci sia un rumore di fondo che finisce per rovinare le tue strategie digitali.
Siamo fatti al 90% di dati. Intervista a Donata Columbro

Siamo fatti al 90% di dati. Intervista a Donata Columbro

Nel suo libro “Ti spiego il dato”, la giornalista Donata Columbro spiega - attraverso aneddoti, curiosità ed esercizi - come osservare, raccogliere e capire i dati per orientare al meglio le nostre scelte quotidiane (senza farci ingannare). L'ho intervistata, in questa nuova puntata di Ellissi Meets.
L’informazione in business class

L’informazione in business class

Viviamo già in un mondo sovrabbondante di notizie e di contenuti. E mentre i giornali, le compagnie aeree dell’informazione, cercano soluzioni per rimettere i propri conti a posto, non vorrei che il buon giornalismo diventasse sempre di più un volo con pochissimi posti a sedere.
Il deserto che ci meritiamo

Il deserto che ci meritiamo

Dall'Australia, uno sguardo al futuro: cosa succede quando gli editori alzano la voce contro Google e Facebook? Be', questo.