Pezzi di media

di | 05 Marzo 2021

Sapevi che Prince, il poliedrico artista americano morto nel 2016, fu uno dei primi musicisti a creare un programma di membership per i suoi fan?

Era il 2001 quando il cantautore di Purple Rain lanciò l’NPG Music Club (dal nome della sua band, i New Power Generation): un sito in cui i suoi supporter potevano pagare una cifra mensile o annuale per ottenere accesso a contenuti esclusivi.

L’abbonamento base al Music Club (7,77 dollari al mese) garantiva ai membri l’accesso mensile a 3 canzoni nuove, ai relativi video musicali e a un podcast di un’ora, condotto da Prince stesso o dai componenti della sua band.

L’abbonamento premium (99 dollari all’anno), invece, includeva anche l’invio della copia fisica di un album via posta e la possibilità di accedere in anteprima a pacchetti VIP per i concerti del cantante.

Il progetto, visionario per l’epoca, durò fino al 2006: nell’email di commiato inviata ai membri, il cantautore definì il Music Club “un esperimento in continua evoluzione”, un “primo passo” verso “un futuro di opportunità infinite”.

Con due decenni di anticipo, Prince aveva capito che il web avrebbe completamente rivoluzionato i modelli di business dell’industria discografica e trasformato l’esperienza musicale, dando vita a un rapporto molto più diretto e intimo tra fan e creator.

Da allora la creator economy non solo si è diffusa, ma si è anche evoluta — sono cresciute le opportunità e crollate le barriere di accesso: oggi non serve più ‘essere Prince’ per lanciare un proprio progetto di membership.

Ogni piattaforma si sta attrezzando per fornire ai creator nuovi strumenti di monetizzazione. Solo nell’ultima settimana abbiamo saputo che:

● Spotify sta lavorando a un programma di subscription per i singoli podcast; 

● Twitter renderà disponibile una nuova funzione – chiamata superfollow – che di fatto permetterà di trasformare ogni profilo in un OnlyFans; 

● Clubhouse permetterà ai suoi utenti di mettere in vendita biglietti d’ingresso alle singole stanze, o raccogliere mance da chi li ascolta. 

I confini del nuovo paradigma sono chiari. I prodotti si stanno trasformando in esperienze, paghiamo più per accedere che per ricevere, il concetto di usership sta soppiantando quello di ownership.

In tutto questo marasma, però, c’è anche una nuova tendenza — parallela e contraria, che è un po’ il tema del momento: mi riferisco ai non-fungible token, gli NFT

Magari ne avrai già sentito parlare, magari no.

Cosa sono questi NFT?

In sintesi, gli NFT sono dei certificati che, utilizzando la blockchain, attestano l’origine e la proprietà di un artefatto digitale.

Potremmo paragonarli a dei contratti – anzi, a degli smart contract – che sanciscono in modo univoco e verificato gli attributi di un file.

Attorno a questa tecnologia, usata per la prima nel 2017 dal videogioco Cryptokitties, si è sviluppato ultimamente un florido mercato: il ‘sigillo’ fornito dagli NFT permette infatti la compravendita di creazioni digitali di ogni genere, siano esse immagini, video, o audio.

Grazie agli NFT chiunque oggi può diventare proprietario unico di un pezzo di media, siglando un contratto verificato attraverso la blockchain.

I pagamenti, ça va sans dire, non avvengono con denaro comune, ma in criptovaluta, soprattutto Ethereum.

Cosa posso comprare usando gli NFT?

Il mercato dei nifties, come vengono chiamati in gergo gli artefatti digitali verificati tramite NFT, sta esplodendo.

Solo nelle ultime settimane sono stati venduti il video di una stoppata di LeBron James (per l’equivalente di 100.000 dollari), una foto della faccia di Lindsay Lohan (59.000 dollari) e la gif del Nyan Cat, il più famoso dei meme felini (dopo una combattutissima asta risolta da un’offerta vincente da 300 Ether, circa 580.000 dollari).

Ci sono interi marketplace virtuali dedicati all’acquisto di media verificati tramite NFT, e per la prima volta questo nuovo commercio ha raggiunto anche il mondo fisico, con il collage realizzato dall’artista Beeple proposto da Christie’s. Per aggiudicarselo, un ignoto acquirente ha speso ben 6.6 milioni di dollari.

Il costo dei nifties è legato al valore che i compratori assegnano all’opera, ed è fortemente influenzato dalla popolarità del creatore (Grimes, per esempio, ci ha fatto un bel gruzzolo).

E come succede con la maggior parte dei progetti che contengono le parole ‘cripto’ e blockchain, c’è un gruppo di abbienti early enthusiast che contribuisce a creare una notevole bolla speculativa.

Qual è l’aspetto più interessante degli NFT?

Non ho dubbi: il fatto che possano avere, contemporaneamente, più proprietari.

Le royalties legate agli NFT, infatti, sono frazionabili, il che significa – per esempio – che i nifties possono riconoscere una percentuale di guadagno perpetua al loro creatore.

In questo modo, anche se un’opera digitale viaggia di collezionista in collezionista, non vengono ricompensati solo quelli che vendono, comprano o speculano, ma anche gli autori originali: una cosa impossibile nel caso di un’opera d’arte fisica come un quadro.

È qualcosa di simile a quello che accade con i diritti discografici, ma il processo in questo caso è automatico e non c’è bisogno di compilare nessun complicato borderò.

E soprattutto, è un processo collettivo: Mintbase, per esempio, sta lanciando una nuova funzione che permetterà di frazionare le royalties legate a un singolo NFT, arrivando fino a 1000 potenziali comproprietari.

Un’altra startup, Niftex, si sta spingendo ancora più in là — sviluppando la possibilità di commerciare e scambiarsi anche le singole percentuali di ownership, il che potrebbe dare vita a nuovi mercati orizzontali (con i pro e i contro che questo comporta).

Da un lato, l’idea che si possano possedere pezzi di media mi terrorizza. È l’opposto del web in cui credo, aperto e liquido: gli NFT sono in grado di creare scarcity digitale anche dove una scarcity prima non c’era.

Ma è inutile girarci intorno: molto di quello che leggiamo, guardiamo, ascoltiamo e ci scambiamo sul web è già di proprietà di qualcuno, no?

Sostanzialmente, questa tecnologia apre un nuovo canale di monetizzazione per i creator.

Gli NFT possono tornare utili anche nel mondo dell’informazione?

Finora i progetti giornalistici legati alla blockchain non sono mai esplosi (il più ambizioso di questi, Civil, è fallito in pochi mesi).

Applicazioni di questa tecnologia vengono applicate principalmente alla lotta contro la disinformazione — il News Provenance Project, nato da una collaborazione tra IBM e il New York Times, ha l’obiettivo di certificare la provenienza di un file e verificare che esso non sia stato alterato nel tempo.

Ma c’è anche chi si sta approcciando all’utilizzo degli NFT con obiettivi diversi.

Un esempio è il progetto – italiano – dell’LKS Foundation, che sta creando una criptovaluta dedicata “a chi produce contenuti e li pubblica online”, e che si pone l’obiettivo di utilizzare gli NFT per definire, in modo trasparente e irreversibile, proprietà e paternità delle opere di ingegno.

Sono certo che a breve vedremo utilizzare gli NFT anche per certificare e commerciare file di testo – libri, articoli, saggi, newsletter – o file audio, tra cui i podcast. Sicuramente, da qualche parte, sta già avvenendo qualcosa di simile.

È ancora presto per determinare quale impatto questa tecnologia potrà avere sul giornalismo, ma sono sicuro che ci sarebbe qualcuno interessato a diventare proprietario del file word su cui è stato scritto l’articolo che vincerà il prossimo Pulitzer.

{O magari acquistare il primo numero di questa newsletter? Nel caso scrivimi eh, che apro un wallet Ethereum in dieci minuti.}

Una possibilità concreta è che gli NFT vengano utilizzati per co-finanziare inchieste e reportage, seguendo un modello a metà tra crowdfunding e azionariato collettivo.

E magari inserendo nello ‘smart contract’ una licenza di utilizzo perpetua a favore dei giornalisti che lo hanno realizzato o della testata che lo pubblica.

È ancora presto per fare previsioni di qualsiasi tipo. Una sola cosa è certa, direi: l’utilità degli NFT crescerà con l’evolversi delle esperienze virtuali che verranno costruite intorno a questi pezzi di media, e ai loro certificati digitali.

Chissà se Prince avrebbe apprezzato.

 

Alla prossima Ellissi
Valerio

Ciao, mi presento. Mi chiamo Valerio Bassan e lavoro come consulente di strategia digitale nel mondo dei media e del giornalismo, per clienti italiani e internazionali. Questo post è tratto da Ellissi, la mia newsletter settimanale. Iscriviti qui.

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