L’archivio dei pessimisti

di | 21 Ottobre 2022

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‚ÄúI¬†computer¬†faranno la stessa fine dei¬†videogiochi, quella di una¬†moda passeggera‚ÄĚ.

Questa apocalittica previsione, che oggi può farci sorridere, non è stata proferita da un tizio qualunque.

A formularla fu infatti nel 1985 Steve Wozniak, il cofondatore di Apple. Uno dei pionieri del personal computing.

Parlando con un giornale dell’Illinois, Wozniak espresse seri dubbi sul futuro dei processori e sulla loro utilità per la gente.

‚ÄúPer la maggior parte dei compiti quotidiani, come gestire le proprie finanze, consultare gli orari delle compagnie aeree o scrivere una lettera, la¬†carta¬†funziona bene almeno quanto un computer. E costa meno‚ÄĚ, disse.

Ho scovato questa perla su Pessimists Archive, insieme a centinaia di altre previsioni tecnologiche rivelatesi, col tempo, sbagliate.

Alcune sono davvero assurde. Le biciclette furono accusate di spingere le donne a fumare, gli ascensori di aumentare il tasso di criminalità, i walkman di alterare la nostra mente.

Altre, invece, erano pure e semplici dimostrazioni di tecnoscetticismo: ci fu chi predisse con certezza il fallimento di innovazioni che avrebbero poi finito per cambiare li mondo, come l’aeroplano e il telefono.

La storia, per√≤, ci ha dimostrato che ogni tecnologia percorre un¬†ciclo di vita¬†segnato da diverse fasi: ricerca e sviluppo, adozione, diffusione di massa e una (pi√Ļ o meno lenta) obsolescenza.

A ognuna di queste fasi di maturazione prende parte Рcome teorizzato da Everett Rogers Рun determinato gruppo di individui. Prima tocca agli innovatori, poi agli early adopter, poi alla maggioranza delle persone e infine ai cosiddetti ritardatari, quelli che si arrendono per ultimi.

Quante pi√Ļ persone¬†adottano la tecnologia, quanto pi√Ļ questa diventa¬†‚Äúnormale‚ÄĚ,¬†rassicurante¬†e percepita come¬†inevitabile: quello che un tempo sembrava impensabile, o persino stupido,¬†diventa routine.

E se da un lato penso che una certa dose di scetticismo verso la tecnologia sia normale (e pure sana), credo invece poco nel valore del pessimismo cieco ‚ÄĒ¬†che, come abbiamo visto, pu√≤ finire per ritorcersi contro i¬†presunti oracoli¬†di ogni epoca.

Innamorarsi dell’orizzonte

Ho ripensato a tutto questo leggendo delle difficoltà che Meta sta vivendo con il suo metaverso, Horizon Worlds.

Il progetto core dell’azienda di Zuckerberg stenta infatti a decollare: gli utenti attivi sulla piattaforma sono solo 200.000, molto meno dei 500.000 che si era prefissata di raggiungere entro la fine del 2022.

E i primi scettici, in questo caso, sembrano essere proprio i dipendenti di Meta. In una mail aziendale poi resa pubblica, infatti, un manager osserva:

‚ÄúNon stiamo trascorrendo abbastanza tempo all‚Äôinterno di Horizon, la nostra dashboard interna lo mostra piuttosto chiaramente‚ÄĚ.

Tralasciando un attimo il candore con cui si dichiara l’esistenza di una dashboard interna che monitora le attività online dei dipendenti, l’imperativo è chiaro, e la richiesta esplicita:

‚ÄúTutte le persone di questa organizzazione dovrebbero, come parte della propria missione,¬†innamorarsi di Horizon Worlds. Cosa che non pu√≤ succedervi se non lo usate‚ÄĚ, proseguiva.

Al netto che l‚Äôamore dovrebbe essere un sentimento pi√Ļ che una scelta, da queste cose si capisce che Meta √® preoccupata.

Anche perché, come ha raccontato Charlie Warzel su The Atlantic, quindici anni fa sulle colline di Menlo Park si respirava tutta un’altra vibe: gli strumenti di Facebook erano amati dai suoi dipendenti, che li utilizzavano costantemente, per scopi lavorativi e ricreativi.

Quelli che un tempo furono¬†evangelizzatori, dunque,¬†oggi sembrano essere diventati¬†tecnoscettici. Come si pu√≤ convincere le persone ad abbracciare l‚Äôinnovazione se si √® tra i primi a non crederci? L’azienda¬†si sta ponendo esattamente questa domanda.

Guarda mamma, senza gambe

Fino a oggi, il 91% dei mondi costruiti dagli utenti su Horizon Worlds è stato visitato da meno di 50 persone.

Al momento questi grandi ambienti virtuali sono¬†completamente deserti¬†e somigliano pi√Ļ agli spazi liminali delle¬†backrooms¬†‚ÄĒ ma senza nemmeno quel brivido horror buono a tenerci incollati al nostro headset.

I problemi attuali del Meta-metaverso sono di diversa natura: ci sono le¬†barriere di accesso¬†troppo alte (il visore Quest 2 parte da ‚ā¨449,99) e i¬†glitch funzionali¬†sono ancora tantissimi (per capirci, fino a poco fa gli avatar¬†non avevano le gambe).

Le critiche non sono mancate, in alcuni casi anche piuttosto taglienti. Meta ha diffuso un comunicato piuttosto piccato per rivendicare la sua missione,¬†spiegando che ‚Äú√® facile essere cinici verso una tecnologia nuova e innovativa. Costruirla per davvero, per√≤, √® molto pi√Ļ complesso‚ÄĚ.

In questa frase, bisogna ammetterlo, c’è un fondo di verità. Come bisogna ammettere che anche gli altri metaversi esistenti non brillano per densità di popolazione: l’ambizioso progetto di Decentraland, nonostante una capitalizzazione da 1.2 miliardi, non se la passa affatto bene.

Il problema, dunque, non √® solo di Meta. Ma √® proprio l‚Äôazienda di Zuckerberg – che ha perso il 61% del suo valore nell‚Äôultimo anno – a scontare la maggior parte della ‚Äúpena‚ÄĚ. Come mai?

La risposta, credo, va cercata nell’approccio che Menlo Park ha avuto sin dall’inizio a questa storia.

Il rebranding da Facebook in Meta, con conseguente riadattamento della missione aziendale, è stato dettato dalla necessità di risollevare la propria immagine dopo un periodo molto complicato.

Il¬†pivot to metaverse¬†per Facebook √® sembrata ai pi√Ļ una¬†scelta anzitutto narrativa, di storytelling,¬†pi√Ļ che mirata¬†a soddisfare un reale bisogno del pubblico.

E nonostante le ampie rassicurazioni del suo fondatore, che ha promesso la nascita di un metaverso costruito ‚Äúcon la collaborazione di tutti‚ÄĚ, la tecnologia appare ancora oggi¬†calata dall’alto.

Questo scoraggia gli¬†early adopters, per cui l’investimento emotivo dipende molto pi√Ļ dalla credibilit√† generale¬†del progetto che dal numero di¬†glitch o bug irrisolti (che, al contrario, possono essere uno stimolo).

Probabilmente è ancora presto per emettere giudizi. Forse dovremmo aspettare che il metaverso raggiunga un livello minimo di maturazione, che i costi di accesso diminuiscano, o che si scateni un effetto network al momento ancora non pervenuto.

Nel frattempo Meta potrebbe valutare¬†un¬†nuovo¬†cambio di narrativa¬†che assomigli, pi√Ļ che all’ennesimo rebranding, a un¬†debranding. L’errore¬†infatti¬†potrebbe essere¬†stato proprio quello: legare in modo troppo stretto il metaverso alla propria missione aziendale.

Sarebbe pi√Ļ utile spegnere i riflettori, tornare a¬†lavorarci sotto traccia senza cercare di accelerare forzatamente il ciclo di vita della tecnologia: meno fanfara potrebbe restituire al progetto¬†maggiore credibilit√†¬†e togliergli quella patina corporate che mal si sposa con il mito delle grandi innovazioni.

Ma le mie sono solo supposizioni. La vera risposta sul successo del metaverso la troveremo solo tra qualche decennio, tra i trafiletti dei giornali catalogati su Pessimists Archive.

 

Alla prossima Ellissi
Valerio

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