Scritto sui muri

di | 24 Luglio 2020

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A casa con una spalla immobilizzata per un mese, sto sperimentando in prima persona quanto l’accessibilità di un prodotto digitale sia importante per chiunque soffra una qualche forma di disabilità, temporanea o permanente.

Da circa una settimana passo le giornate cercando di governare il mio tredici pollici con la voce, nel tentativo di mandare avanti i miei progetti a ritmo normale—impresa, ahimé, ardua: la maggior parte del tempo, più che altro, inveisco contro il monitor.

Come spesso accade su Ellissi, una riflessione ne genera un’altra. E così, mi sono ritrovato a ragionare sul tema dell’accessibilità, applicata al settore che come sai occupa la mia testa per la maggior parte del tempo: quello dei media e del giornalismo.

Proprio in questi giorni, il New York Times ha affrontato l’argomento nel suo stile, e cioè creando qualcosa di innovativo e interessante: uno speciale dedicato al tema della disabilità che è diventato un laboratorio in cui sperimentare nuove funzioni di accessibilità ai contenuti.

Il design della sezione è ottimizzato per gli ipovedenti, le immagini arricchite dai testi alternativi; tutti gli articoli sono disponibili in versione audio e, soprattutto, possono essere scaricati in linguaggio braille digitale per una comoda lettura attraverso gli e-reader specializzati. Davvero bravi.

Io, però, vorrei parlarti oggi di un modo leggermente diverso di intendere l’accessibilità nel giornalismo. Per ora è solo una domanda seguita da una riflessione, ma mi piacerebbe sentire il tuo parere.

Intanto, però, ecco la domanda.
 

In un mondo digitale che ha sempre più barriere d’ingresso, è a rischio l’accesso all’informazione?

È un trend chiaro: anche in Italia, i giornali online offrono sempre meno contenuti gratuiti, spingendo i lettori più affezionati ad abbonarsi e lasciando gli altri a bocca asciutta, chiusi fuori da questi muri digitali.

A ottenere la protezione dei paywall sono, nella maggior parte dei casi, gli articoli di approfondimento e analisi, i reportage esclusivi e le inchieste. Tutto il materiale che potremmo definire, semplificando, ‘di qualità’.

Il business case è evidente, e ha perfettamente senso: il giornalismo costa e la pubblicità non è sufficiente per ripagarlo (come ti dicevo in questa Ellissi).

Ma altrettanto evidenti, credo, sono i rischi che si possono innescare quando il premium diventa lo standard di mercato, la base da cui partire.

Quando imponiamo troppe restrizioni all’accesso gratuito all’informazione, inevitabilmente, costringiamo una fetta di pubblico sempre più larga a smettere di informarsi, oppure a cercare nuovi canali gratuiti per farlo.

Così facendo, seppur indirettamente, stiamo creando uno spazio di mercato in espansione a disposizione di quei siti che diffondono informazione low cost e, in alcuni casi, anche fake.

Se pensi che a oggi meno del 10% degli italiani che si informano ha sottoscritto un abbonamento a una testata online, puoi rapidamente renderti conto che in questa situazione – pago di più per uniformazione migliore o mi accontento di quello che trovo gratis? – si trovano oggi 9 italiani su 10.

C’è poi un secondo problema: anche chi decide di mettere mano al portafoglio difficilmente ripeterà l’operazione con altri giornali.

È la tanto temuta subscription fatigue, che si verifica quando l’offerta è troppo ampia rispetto alle capacità reali di spesa delle persone. Vale per i servizi di streaming video e musicali e vale, a maggior ragione, per il giornalismo.

Quali sono le conseguenze? Se un cittadino si rifornisce di informazioni da una singola fonte vedrà restringersi la propria visione del mondo: un minore accesso alle fonti rende l’informazione meno plurale e aumenta la polarizzazione del dibattito pubblico.

Mi chiedo, quindi: in questo momento storico possiamo permetterci di erigere nuove barriere e aumentare il numero di camere dell’eco?

Se i paywall si dimostrano efficaci nel tenere in piedi un business, sono molto meno utili a garantire che il pubblico e la società siano democraticamente informati.

Quali modelli diversi, allora, possiamo immaginarci per conciliare sostenibilità economica e accesso all’informazione online? Cosa succederebbe se…

…avessimo meno paywall e più membership? 

Sostituendo i paywall con modelli di membership – in cui gli abbonati sostengono finanziariamente il progetto, ma la maggior parte dei contenuti resta disponibilile gratuitamente a tutti – non si preclude accesso al giornalismo (è il caso del Guardian, in Inghilterra, e de Il Post da noi). Tuttavia il modello della membership richiede lo sviluppo di community solide e di una forte identificazione tra brand e audience—in sintesi, è un modello che funziona solo per pochissime testate.

…(ri)provassimo coi bundle?

Se più testate si coalizzassero per offrire bundle commerciali (un solo abbonamento = accesso a più fonti), garantiremmo all’utente la possibilità di fruire del lavoro di redazioni, e quindi punti di vista, diversi: è però difficile pensare di potere mettere d’accordo realtà con politiche editoriali e commerciali cosi diverse, rischiando oltretutto di assottigliare un margine di guadagno già abbastanza basso. Se la torta è composta da una sola fetta, è ancora più difficile spartirsela.

…una nuova tecnologia ci aiutasse? 

Negli Stati Uniti ha lanciato Scroll, una startup che richiede un singolo abbonamento ma distribuisce la tua donazione a diverse testate, in base al tempo che hai trascorso su questo o quel sito, offrendoti in cambio una migliore user experience. Per esempio se visitassi ogni giorno CorriereRepubblica e Sole 24 Ore, a fine mese Scroll elargirebbe un pagamento a ognuna di esse in proporzione alle tue percentuali di navigazione. È un progetto interessante, ma bisognerà capire se a) quanto potrà essere adattato a siti dotati di paywall e b) potrà mai garantire alle testate coinvolte entrate rilevanti. Comunque, un progetto da tenere d’occhio.

…chiedessimo aiuto alle piattaforme? 

Lo sappiamo bene, ahinoi: le piattaforme che distribuiscono i contenuti (sia search che social) generano profitti, e restituiscono ben poco agli editori: Facebook, Google e compagnia – sia in quanto partner tecnologici in tema accessibilità, sia in quanto partner economici – potrebbero rappresentare un’alternativa rilevante alla pubblicità. Ma questa, lo sai, è una questione lunga e spinosa che si trascina da anni, con varie gradazioni di caos a seconda dei Paesi di riferimento.

…ci fosse un incentivo statale? 

Dopo decenni in cui lo stato ha cercato di garantire la sussistenza e il pluralismo dell’informazione sprecando immense quantità di denaro per sostenere progetti editoriali discutibili, sembra paradossale che un aiuto possa arrivare dallo stato: eppure, in Francia, il governo di Macron ha erogato un ‘infobonus’ da 50 euro, deducibile dalle tasse, per chiunque sottoscriva l’abbonamento a una testata giornalistica e in Canada, Trudeau e i suoi stanno valutando se innalzare il benefit fiscale dal 15% al 50% del costo totale della subscription. Forse è arrivato il momento di ribaltare il paradigma dei contributi statali: se quei soldi venissero donati direttamente ai letori, e lasciata a essi la scelta su chi finanziare?

Sono solo delle idee, e ho solo due certezze per te: che tutte sono praticabili fino a un certo punto, e che nessuna di esse è risolutiva.

Ma sono curioso di sapere che cosa ne pensi.

Credi che presto ci sarà un problema di accesso all’informazione? Come potremmo risolverlo?

Alla prossima Ellissi
Valerio

Ciao, mi presento. Mi chiamo Valerio Bassan e lavoro come consulente di strategia digitale nel mondo dei media e del giornalismo, per clienti italiani e internazionali. Questo post è tratto da Ellissi, la mia newsletter settimanale. Iscriviti qui.

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